San Bernardino – Orco

41 grotte conosciute

Descrizione dell’area
L’area carsica di San Bernardino – Orco, come tutto il Finalese, presenta elevati valori dal punto di vista archeologico e paleontologico grazie ai numerosi ritrovamenti rinvenuti in molte grotte e/o ripari presenti nel territorio (ritrovamenti musteriani risalenti al Paleolitico medio e importanti resti di fauna Pleistocenica dell’Arma degli Zerbi, incisioni rupestri all’Arma Moretta). Infatti, fin dall’inizio del Quaternario la zona ospitò insediamenti umani che riuscìrono a trovare condizioni favorevoli soprattutto per la mite situazione climatica dovuta alla posizione geografica (anche durante le glaciazioni) e per la presenza di numerosi ripari naturali. 
Le conoscenze speleologiche e idrogeologiche di quest’area carsica sono in parte limitate in quanto le grotte fino ad ora note presentano modesti sviluppi e risultano essere piuttosto epidermiche; gli studi e le ricerche per una conoscenza più approfondita del sistema sono pertanto ancora in corso su tutta l’area. 
L’area infine risulta estremamente importante dal punto di vista naturalistico per la grande varietà di ambienti naturali che ha permesso la conservazione di una elevata biodiversità, con abbondanza di specie animali e vegetali rare e/o esclusive e per tale motivo è compresa nel SIC “Finalese-Capo Noli”.
Inquadramento geografico
L’area carsica si inserisce dal punto di vista geografico nella regione del Finalese seguendone quindi i caratteri ambientali, naturali, geologici e geomorfologici. Geograficamente la regione si estende per circa 740 km2 ed è localizzata tra le aree carsiche SV30 e SV31, delimitata a Ovest dal Torrente Aquila e ad Est dal Torrente Sciusa; comprende tutto il vasto Altopiano di San Bernardino, l’incassata Val Cornei e la fossile Val Nava. A Nord il confine è segnato dalle pareti di Monte Cucco e dai centri abitati di Orco e di Boragni mentre a Sud l’area si estende sino al limite dell’altopiano, in corrispondenza delle borgate di Monticello, San Bernadino e Lacremà. La morfologia è quella tipica degli altipiani finalesi, delimitati da ripide falesie e solcati da profonde incisioni vallive, con una vegetazione prevalente a macchia mediterranea e bosco sempreverde di leccio nelle zone più alte e quindi soleggiate, mentre i fondovalle sono dominati da bosco misto termofilo (inversione termica altitudinale). Tra le macroforme carsiche più evidenti le doline e gli inghiottitoi attivi (zona di assorbimento in alta Val Nava), le valli fossili dal fondo piatto e ricco di terre rosse (Val Nava), le valli a canyon (valli Sciusa, Aquila e Cornei) e i cockpit (Campuriundu). Le microforme più caratteristiche ed evidenti sono, invece, rappresentate dalle vaschette di corrosione, numerose in tutta l’area e alcune anche di grandi dimensioni (a titoli di esempio quelle sulla dorsale di Monte Cucco) e le scannellature. Inoltre si ricorda la presenza su tutta la zona sommitale dell’altopiano di evidenti depositi di “terre rosse”. 
Piuttosto limitate le influenze antropiche sull’area in quanto gli unici insediamenti abitativi risultano marginali rispetto ai confini, così come le attività agricolo-pastorali oggi ormai limitate e prossime agli insediamenti, contrariamente invece ad epoche passate (sino agli anni ’50) quando gran parte della zona era coltivata e/o utilizzata a pascolo, come testimoniano i numerosi terrazzamenti invasi dal bosco e i prati abbandonati. Inoltre l’intera area, non essendo attraversata da strade rotabili, ma solo da una fitta rete sentieristica, si presenta ancora meno antropizzata rispetto ad altre zone del Finalese. La maggiore frequentazione è imputabile alle attività sportive di outdoor tra le quali l’arrampicata, la mountain bike e l’escursionismo. Per quanto riguarda l’attività estrattiva, risultano inattive tutte le cave presenti per lo sfruttamento della Pietra di Finale, coltivata sino dall’antichità e commercializzata come pregiata pietra ornamentale.
Inquadramento geologico
L’area è caratterizzata da un esteso affioramento (quasi tutta l’area), a giacitura sub orizzontale, costituito dalla formazione denominata Pietra di Finale (Miocene, 20-5 Ma), una roccia carbonatica sedimentaria, di origine marina, formata prevalentemente da calcari bioclastici a cemento calcitico (per il 90% è composta da frammenti di conchiglie, gusci di echinodermi, denti di pesci e di altri resti fossili). In particolare tale affioramento fa parte dell’unità litologica denominata “Membro di Monte Cucco”, che con una potenza sino a circa 200 metri, rappresenta nel suo complesso circa il 90% degli affioramenti di tutto il calcare di Finale. Localmente questa formazione calcarea è sottesa dal Complesso di base depositatosi nel corso del Miocene inferiore (30-24 Ma, costituito da conglomerati, brecce, arenarie e marne), ma che nell’area in questione non è affiorante. 
Limitati gli affioramenti di calcari e calcari dolomitici, potenti diverse centinaia di metri sino al livello del mare e discordanti rispetto alla copertura miocenica, costituiti dai Calcari di Val Tanarello (settore Sud-occidentale, versante sinistro idrografico della Valle dell’Aquila e una modesta lente nel settore Sud-orientale, sotto il Bric Reseghe), risalenti al Giurassico superiore (150-140 Ma), poco erodibili, ma estremamente solubili, e dagli affioramenti della formazione delle Dolomie di San Pietro ai Monti (piccola lente in affioramento nel versante Sud-orientale del Bric Reseghe) risalenti al Trias medio (225-190 Ma). Quest’ultime, ricche di magnesio, di colore dal grigio al bluastro, risultano essere meno carsificabili rispetto alla copertura miocenica comportandosi di fatto da basamento impermeabile; pertanto, nonostante il potenziale carsico dell’area sia di oltre 300 m, limitato risulta essere lo sviluppo e la profondità dei reticoli ipogei ad oggi conosciuti.

Caratteristiche speleologiche
Le esplorazioni speleologiche nell’area sono state condotte negli anni ‘60-‘70 principalmente dal Gruppo Speleologico Ligure “A. Issel” di Genova e successivamente dal 1980 ad oggi dal Gruppo Speleologico Imperiese, dal Gruppo Speleologico Borgio Verezzi e dal Gruppo Speleologico Savonese. 
Nell’area carsica sono attualmente conosciute 41 grotte per uno sviluppo totale di circa 606 m; 25 di esse si trovano nel Comune di Finale Ligure e 16 sono in Comune di Orco Feglino. La cavità più alta in quota è il Riparo del Trono ubicato a 350 m s.l.m. e la più bassa è la Grotta di Stroloch a 130 m s.l.m.. Le grotte presenti nell’area sono tutte caratterizzate da sviluppi piuttosto limitati; la grotta più lunga risulta essere l’Arma della Strapatente, con 64 m di sviluppo in pianta. 
Tra le cavità degne di nota ricordiamo, oltre all’Arma della Strapatente, la Grotta dei Balconi, la Caverna Borzini, la Grotta dei Pipistrelli, l’Arma degli Zerbi.
Caratteristiche idrogeologiche (idrologia)
Il carsismo nella formazione miocenica della Pietra di Finale, scarsamente interessata da fenomeni tettonici, presenta cavità ad andamento più che altro orizzontale o suborizzontale, ove gli strati di sedimentazione, in associazione all’elevata permeabilità per porosità, divengono di fatto l’elemento speleogenetico preponderante. Il carsismo nella formazione triassica invece è caratterizzato prevalentemente da morfologie di crollo controllate principalmente dalla tettonica. Altro fenomeno di notevole influenza sullo sviluppo ipogeo locale è rappresentato dal contrasto di permeabilità e soprattutto di solubilità fra i calcari miocenici e le sottostanti formazioni dolomitiche, le quali sovente si comportano da basamento impermeabile governando di fatto i deflussi ipogei degli acquiferi carsici. 
L’Altopiano di S. Bernardino costituisce la principale zona di assorbimento dei sistemi ed è caratterizzata da una infiltrazione diffusa, data l’elevata permeabilità del settore, che impedisce deflussi incanalati superficiali; l’unica zona dove è individuabile un assorbimento concentrato è l’alta Val Nava, dove tra i coltivi e la boscaglia sono facilmente identificabili numerosi inghiottitoi e doline idrovore. Probabilmente anche in profondità l’assorbimento e la circolazione sono dispersi e proprio per tale motivo pochi sono ad oggi i sistemi ipogei esplorati. Gli studi idrogeologici hanno stabilito che gran parte delle acque dell’altopiano sono drenate verso la Sorgente del Martinetto, situata in riva destra idrografica del Torrente Sciusa ad una quota di circa 60 m e che, considerate le rilevanti portate (tra i 60 e oltre 500 litri/s), risulta essere la più importante del Finalese (captata dall’acquedotto comunale). Solo la zona Sud-occidentale dell’altopiano sembrerebbe drenare le acque verso la sorgente degli Scogli Rotti situata in Valle dell’Aquila.


GROTTA INFERIORE DELLA CAVA DEL MARTINETTO
ARMA DO BRUXIOU
ARMA DELL’ AQUILA
CAVERNA DELLE STALATTITI
ARMA DELLA STRAPATENTE
CAVERNA CORNEJ
ARMA DELLA MORETTA
GROTTA DEL MULINO
GROTTA 2 DELLA STRAPATENTE
GROTTA DELLA FRANGIA
GROTTA DELL’ INGE
RIPARO DELLA CROCE
RIPARO SOPRA CALVISIO
GROTTA DELLA FRANA
GROTTA ADRIANA
TANA INF. DELLA VOLPE
TANA SUP. DELLA VOLPE
GROTTA GIALLA
GROTTA DI MONTESORDO
GROTTA DI STROLCH
GROTTA DEI CIOTTOLI
DIACLASI SUPERIORE DI CORNEI
4GROTTA DELLA LUCE
GROTTA A YPSILON
RIPARO DELLA PORTA
GROTTA DEL FAGGIO
GROTTA NERA
ARMA DI SANDRA
GROTTA DEL PARETONE SULLA VIA LUNGA
CAVERNETTA SECONDA DELLE STALATTITI
CAVERNETTA PRIMA DEL MONTE CUCCO
CAVERNETTA SECONDA DI MONTE CUCCO
TANA DEI SEDILI DI PIETRA
STALATTITI SCURE
ARMA DEI BUOI
CAVERNONE BRIC TASCERA
GROTTA DEL BASSO
GROTTA LE PILE TRE
GROTTA DEI PROIETTILI
GROTTA DEL RIO MORTÁ

fonte: Delegazione Speleologica Ligure www.catastogrotte.net